




Basta poco, per davvero. Dopo una mattina in cui ti svegli ed è ancora buio, hai ancora gli occhi un po’ chiusi dal sonno e la pioggia batte costante sui vetri delle finestre. A fatica scendi le scale e ti metti in macchina, ti accodi ad altre macchine condotte da uomini e donne ancora addormentati come te. E fai il viaggio verso il lavoro con la foschia che nasconde le case, nasconde i fossi, le strade. Il tepore che esce dal condizionatore in modalità invernale e i tergicristalli che ti ipnotizzano. La pioggia. La pioggia che continua incessante, sulla statale dalle luci spente, la sensazione di stare sognando, avvolta in questo cupo onirico di nuvole dense e cariche. Basta poco, dicevo. Basta poco a risollevare l’animo. Basta il sole del pomeriggio, tiepido e rassicurante. Il cinguettare degli uccelli sopra agli alberi bagnati. Tre mosche che si rincorrono e schizzano nelle pozzanghere che piano piano si stanno asciugando. Basta questo. Basta un gesto. Il mio cappello grigio, il mio cappotto, la mia sciarpa a righe. Questo basta a pensare che l’autunno sia una stagione fin troppo bella.
Avrei potuto scrivere un commento al post della mia amica che parlava di un profumo che le ricordava dei momenti bellissimi. Sarebbe bastato, dico…in fin dei conti un commento è sempre meglio di niente. E invece, mentre stavo lì a pensare a questo commento, mi sono venute in mente troppe cose da dire…e allora un commento sarebbe stato poco. Così, visto che si parlava di profumi, io mi sono messa a pensare che i profumi, in fin dei conti, sono come le canzoni…uno per ogni occasione. Io ne ho tanti che mi riportano in luoghi e in stagioni diverse. Può essere inverno pieno, eppure se mi spalmo la crema al tiarrè ritorno sui monti del Fumaiolo, cammino verso la sorgente del Tevere, tocco la corteccia degli alberi, abbraccio il loro tronco. Per il me il Tiarrè è odore di un amore sbocciato proprio tra quei sentieri. Poi c’è l’ambra liquida. Se sono triste, l’ambra liquida mi porta il sole dell’autunno dentro. Mi ricorda la fine dell’estate, il respiro regolare, il paradossale risveglio dal letargo estivo. E’ la voglia di mettersi una felpa e la maglia di cotone, di tirare fuori dal cassetto foulard piegati e stirati. Mi piace il profumo all’ambra. Mi fa sentire viva. Ma ancora più viva mi fa sentire la mirra. La mirra per me è la primavera, le giornate che si allungano, i giorni con più luce e le piogge improvvise. E’ l’odore di boschi che si risvegliano e passeggiate in bicicletta. I giorni tristi che portano lentamente all’estate ma che ancora non sono estate. L’estate, invece, mi viene in mente quando uso il mearhes. Lo sento sotto la pelle come l’umidità e il calore del sole cocente, come le sere di luglio, cercando il fresco in mezzo a un prato. E poi ci sono la mandorla, il tè bianco, l’amarillis che adesso come adesso non mi ricordano niente, però quando li spruzzo sento come un qualcosa che si muove nello stomaco, un piccolo sussulto che mi fa capire che anche loro sono legati ad un ricordo e ad un’emozione. Ad un bacio, magari, ad abbraccio dopo una lite, ad un sorriso dopo un pianto. Ogni profumo, come ogni canzone, che ci appartiene, ci lega a qualcosa. Sia questo qualcosa di brutto, si questo qualcosa di bello allora e il cui pensiero, adesso, ci fa male. Ha segnato, con la sua scia, un momento della nostra vita, un giorno che, volenti o nolenti, profumo o non profumo, non saremmo comunque in grado di dimenticare.

Oggi è il primo giorno d'autunno. Me ne accorgo solo ora, sotto un cielo grigio cupo, che le foglie hanno cambiato colore. E se prima erano di un verde acceso, durante la notte pare siano mutate. Mi sveglio ora, dal torpore del sonno estivo, anche se da settimane ormai è passata quell'afa che non mi faceva respirare. E sono stata bene, e ho fatto cose, e ho passeggiato, e ho chiuso la mente ai cattivi pensieri. E sembra che tutto sia risolto, svanito, come una di quelle bolle di sapone che facevamo da bambini, argentate, con l'arcobaleno dentro. Poi apro la finestra e mi accorgo che è autunno. Mi rendo conto che quella stagione che mi faceva sentire in un limbo protetto è finita. Adesso è il momento di fare i conti con i ricordi. Ottobre è il mese della malinconia. E fino ad ora alla malinconia e alla nostalgia non ci avevo pensato. Volevo vivere il presente, lo voglio vivere ancora. E invece l'autunno mi fa tuffare in un passato di libri e matite. Di giorni nebbiosi e tristi. Ma scruto meglio dai vetri un po' appanati, o forse proprio sporchi, e a tratti vedo il sole che cerca di bucare le nuvole dense che si sono accalcate proprio sopra a questa piazza che oggi mi sembra così vuota. E penso che ogni stagione ha i suoi colori, ha le sue ore buie e le sue ore di luce. Che se la sera scende prima non significa che sarà sera sempre. Che le foglie di questi alberi ormai spogli domani da questo arancione stanco torneranno ad essere vive e brillanti. Penso che io stessa sono come le stagioni, penso al mio buio e alla mia luce. Penso che un giorno può essere verde e un giorno può essere arancione. Penso che è tempo di zucche, arance, mandarini e cachi. Penso che alla fine l'arancione non sia un colore così triste.

Sono solo una mano che scrive.
Due dita che stringono una penna
e la fanno scorrere veloce
su un foglio bianco.
Sono solo due occhi che guardano,
seduti su una panchina,
il mondo che li circonda.
Sono una bocca chiusa
l'orecchio teso
ad ascoltare i brusii,
le vostre vite,
il rumore dei vostri passi sulla ghiaia.
Sono solo un pittore di pensieri,
disegno con le parole
quel che l'anima vuole
gentile o no che sia.
Sono solo ingenuità,
purezza, umiltà.
Sono l'essenza e il concreto
di semplici visioni.
Sono un'ombra che si perde
una presenza costante
un soffio che vi scosta i capelli dal viso
la malinconia che non avete vissuto.
Sono carta straccia,
polpastrelli tinti di inchiostro nero.
Sono solo lettere
solo sonetti.
Sono solo metriche
rime e cadenze.
Sono solo un poeta.
“Pavana è un ricordo lasciato tra i castagni dell'Appennino”.
A volte bisogna accontentarsi. E' necessario che ci si renda conto che non si deve esagerare, che ogni cosa che ci viene data è un regalo e non possiamo sempre pretendere di più. Ho stretto la mano al maestro, due volte. E questo non mi è bastato. Avrei voluto parlare un po' con lui, avrei voluto ritrovarmi in una serata goliardica insieme a lui, alla sua chitarra e alle sue canzoni. E ci è mancato poco. Forse è proprio per questo che non mi era bastato bussare alla sua porta, quasi entrare in casa sua, trattenuta da Fabio che mi faceva presente che anche se la porta era aperta, era una proprietà privata e la violazione di domicilio è un reato. Non mi era bastato dirgli con gli occhi lucidi e le gambe che mi tremavano “Maestro, siamo venuti a disturbarla”...”Ditemi” ha proferito con la sua voce cavernosa ma bonaria. “Niente, volevamo ringraziarla”....poi devo aver detto di tutto tranne qualcosa di intelligente e interessante...tanto che il telefono di casa sua ha suonato. In realtà abbiamo il sospetto che nella tasca dei pantaloni tenga un telecomando che faccia suonare il telefono a suo piacimento per liberarsi dei rompicoglioni. Comunque una foto con la sua mole appoggiata sulla mia spalla. Un “ragazzi, adesso devo andare perchè stavo scrivendo” e la speranza di trovare qualcosa di suo e di nuovo a brave da ascoltare. E siamo andati via. Io non mi tenevo più, mentre attraversavamo il portone verde passando per la stradina ghiaiata pensavo che sarei potuta anche morire che tanto nella mia vita avevo fatto tutto quello che volevo fare. “ho stretto la mano al maestro...due volte” continuavo a ripetere tra risolini isterici mentre passavamo da un ciglio all'altro della Porrettana.
Per tutto il pomeriggio, non ho fatto altro che sperare che in questi giorni si presentasse al Mulino di Chicon dove eravamo alloggiati. Visto che lui e i proprietari sono parenti, visto che in quel Mulino lui ci è cresciuto, avrebbe potuto benissimo fare un giro in quei giorni. Ma si sa, io sono una che con la fantasia viaggia fortissimo, e quella speranza la avevo accantonata mentre mi stavo vestendo per scendere a valle ed andare a cena. Dopo aver mangiato in uno dei più squallidi ristoranti di tutta Italia, siamo tornati verso la nostra dimora...e ci siamo accorti di un discreto numero di auto parcheggiate nel vialetto. Appena scesa dalla macchina, ho guardato verso le finestre della cucina del Mulino. E non potevo credere ai miei occhi...il Maestro era li, vestito come il pomeriggio, con il suo maglioncino rosso e la camicia azzurra. Ho iniziato a saltare e ho cominciato a pensare che non sono poi così fantasiosa come credevo. Cercavo espedienti per entrare, ma non mi sembrava educato disturbare una cena intima come quella. Ho pensato che avrei potuto inventarmi qualcosa, una bomba, lo scoppio della caldaia. Ma alla fine non ho fatto altro che uscire ogni mezz'ora per controllare se avessero finito di mangiare. In cuor mio speravo si mettessero a cantare, così mi sarei aggregata al coro e via andare. Ma non è successo. Nascosta dietro alle tende della nostra camera ho visto il Maestro scendere per la stradina insieme alla sua compagna e ad alcuni amici. Avrei potuto salutarlo, avrei potuto fermarlo. Ma non l'ho fatto. Non l'ho fatto perchè appunto ci si deve accontentare. La mia dose l'avevo già avuta. Il mio giorno magico, la mia illuminazione c'era già stata, se pur breve, e non potevo chiedere altro. Mi sono limitata a guardare la sua schiena andarsene e a sentire Fabio che continuava a dire che alla fine è una persona come tutte le altre. Si, è vero, è una persona come tutte le altre, una persona che non si rende conto di quanto possa smuovere gli animi della gente. Non si rende conto dei brividi che le sue parole provocano. Nella sua umiltà, nella sua immensa modestia, lui vive bene. E se è una persona così è anche merito dei luoghi in cui è cresciuto. Perchè qui, in questo post, non c'è solo Guccini. Ma c'è anche Pavana. Perchè Pavana è un posto che si conosce solo perchè ne parla lui, ma è uno di quei luoghi che dovrebbero essere visti. Pavana è questo paesino che è diventato comune da qualche mese. Piccolo, piccolissimo, poche case, un cimitero, una chiesa (ovviamente chiusa. Io non lo so, ma tutte le chiese in cui vorrei entrare, hanno questa cosa dell'essere sempre chiuse quando vado io). Però Pavana è divisa in due. C'è quella di sopra, più moderna, con un paio di strade in cui si passa anche in macchina, e Pavana di sotto. Un agglomerato di casupole arrancate in salita, con viottoli acciottolati e bambini che corrono giù per le scarpate. Pavana per me è il rumore del Limentra che scorre vicino al Mulino, il verso dei cinghiali nel cuore della notte. Pavana sono quattro cuccioli di gatto che hanno giocato con me sulle scalinate, vicino a un portone verde. Pavana è un'anziana signora che si è affacciata da un cancello e ci ha fatti entrare nel suo giardino perchè vedessimo la sua tartaruga e poi in casa per mostrarci i quadri di suo figlio pittore. Pavana è un profumo che non sentivo più da anni, un retrogusto di uva matura e miele di acacia. E' l'autunno che si intravede nel giallo delle foglie che oscillano e cadono portate dal vento. E' una diga in mezzo all'Appennino. Pavana è il mascarpone delizioso della Caciosteria. E' la gentilezza e la semplicità di Silvano e Maria Rosa. E' un sentiero segnato, uno zaino sulle spalle (di fabio), e la sensazione di essere arrivati in un posto giusto. Pavana è il nulla. E' il silenzio dei pensieri. E' il cane della casa all'angolo che abbaia ma non irrita. Pavana è divisa da una strada trafficata eppure è come se quella strada non esistesse. E' un paese fantasma, che si perde nella nebbia di novembre. E' una malinconia che ci si porta dentro. E' la sostanza delle piccole cose, dei sentimenti puri. Pavana è un ricordo che mi porterò dentro per sempre. E' un posto sicuro, un angolo di sospiri e giorni che passano senza cambiare nulla.




















Aspettavi il treno delle otto,
chiusa in un cappotto grigio.
I tuoi occhi erano di uno strano ceruleo
e i capelli biondi nascosti da un cappellino
stile anni trenta.
Al collo portavi una sciarpa
e i suoi colori,
per un istante,
hanno portato alla memoria
luoghi magici che vedevo solo nei sogni,
da bambino.
C'era la nebbia quel mattino.
Mi guardavi distratta
e, di tanto in tanto,
spostavi lo sguardo
dalla punta dei tuoi stivali di pelle
alla punta dei miei mocassini marroni.
Sentivo il rumore delle onde in lontananza,
potevo immaginare l'odore
del mare in tempesta.
Arrivò il treno,
il nostro treno.
E mentre salivo sul predellino
tirasti la manica della mia giacca.
Un sorriso di denti bianchissimi,
una fitta al mio povero cuore.
"Le maree sono più facili da dipingere
se vedi il sole specchiarsi ad un muro"
dicesti.
La scia del tuo profumo
si dissolse tra la folla.
La mia unica certezza
era che quel viaggio lo avrei fatto da solo.
Il mio unico tormento
l'essermi chiesto
per tutta la vita
cosa avessi voluto dire
e se mai,
un giorno,
avrei potuto capirlo.
C'è un momento. E' il momento in cui tutto diventa chiaro, in cui tutto, ad un certo punto, sembra semplice. E' il momento in cui lei tende le piccole braccia verso di te, come se ti conoscesse da sempre, come se si fidasse. E forse proprio perchè si fida, con le sue manine prende le tue mani e fa leva per alzarsi. Sa che la proteggi, sa che con te come sostegno non può accaderle nulla. E' in quel momento che capisci cos'è l'istinto materno, cosa scatta nell'animo delle donne quando iniziano a provare l'irrefrenabile desiderio di mettere al mondo un figlio. Non è solo il fatto di poter dare alla luce una nuova vita, non è solo l'istintiva necessità di prendersi cura di qualcuno. E', forse anche un po' egoisticamente, il bisogno di sentirsi indispensabili. Lei sta lì, ti guarda, ride, accenna qualche passettino barcollante per poi rimettersi a carponi. Lei sta lì e sa che può contare solamente su di te, sulle tue braccia forti che la sorreggono, sulla mano che le appoggi davanti alla faccia perchè non sbatta il naso mentre sta per cadere. E' la necessità di sapere che qualcuno necessita di te per crescere e camminare. E' la necessità di sentire che servi a qualcosa...che servi a qualcuno.

Te ne sei andata in un giorno giallo
assorbita da polvere e umidità.
C'era la luna piena quella notte
e tutti ti hanno vista sparire.
Cadeva il silenzio
sulla piazza deserta,
il sole condensava ciotoli arroventati.
E sulla strada offuscata
pedalava un bimbo allegro
forse ignaro del tuo addio.
Te ne sei andata in un giorno giallo
un giorno in cui indossavi una maglia arancione
e dei pantaloni larghi.
Ho spiato dai vetri,
nascosto dalle tendine verdi ricamate.
Mancava una rosa rossa nel giardino
e il tuo sangue
gocciolava ancora tra le sue spine.

Oggi sono una formica...e se nella storia della cicala e della formica che tutti conosciamo, la cicala rimane inculata (ops, scusate il francesismo!), io penso sia peggio essere formica. La cicala canta, si gode la vita. La cicala vive giorno per giorno e non pensa al domani. Non è previdente, la cicala. La cicala coglie l'attimo, se la spassa...è un'epicurea la cicala. Amante del divertimento e senza pensieri. La formica, al contrario, lavora, pensa al futuro, pensa all'inverno e a come farà a sopravvivere. Mette da parte, si fa un mazzo tanto, si preoccupa di come sarà. Non ha un attimo per svagarsi, si rimbocca le maniche e al massimo canticchia raccogliendo i chicchi. Ovviamente è tutta una metafora. Non è una questione di lavorare sempre...è una questione mentale. Vorrei essere ancora cicala, come una volta. Vorrei morderla questa vita, non preoccuparmi di quello che sarà. La vita è breve...me ne accorgo leggendo i giornali, me ne accorgo ogni giorno...eppure mi preoccupo di come sarà un domani. Metto da parte, le mie conoscenze, le mie energie perchè potrebbero servirmi domani. Ma se non ci fosse un domani? Avrei riservato a me stessa la possibilità di vivere cantando, di vivere senza pensieri, di vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo. Vorrei essere una cicala...odio essere una formica. Vorrei essere una cicala che si ripara all'ombra dell'erba, e che, anche se sa che in inverno morirà di fame, non smette di vivere come piace a lei.

Sono cresciuta
seduta sull'erba,
su sassolini appuntiti
che bucavano la carne
ignorandone il dolore.
Sono cresciuta
aggrappata ai rami
di alberi in fiore
graffiandomi le mani
sulla ruvida corteccia.
Sono cresciuta
con l'odore di pesca
albicocca e ciliegia
nelle narici,
col profumo del sole
nei campi di grano.
Ho toccato la neve fredda,
ho camminato scalza
sulla terra arida.
Sono cresciuta
con cieli stellati negli occhi
con il canto del cuculo
e nugoli di formiche
tra le dita.
Sono fatta di albe e tramonti,
miagolii di gatti randagi
lamenti di cani zoppicanti
raccolti dalla strada.
Sono cresciuta
calpestando papaveri,
rincorrendo farfalle
e catturando cavallette.
Sono cresciuta
nascosta in una casina di legno,
con una sola finestra
e le tende rosa
un lucchetto arrugginito
chiudeva la porta.
Sono cresciuta
saltando pozzanghere
col fango sulle scarpe
e i pantaloni bagnati.
Sono cresciuta
camminando per vie
illuminate dalla luna,
disturbate dal canto dei grilli.
Sono cresciuta
e sono il riflesso di quello che ero.
Foto mia
Ok, facciamo un respiro profondo e andiamo avanti. Andiamo avanti perchè avanti si deve andare, perchè la vita continua e dovremmo cercare di arrivare il più integri possibile alla fine...almeno, questo è l'obbiettivo che mi sono data. Arrivare alla fine senza tante storie. Tanto ci tocca vivere. E allora tanto vale cercare di farlo nel modo più sereno possibile. sono più di due settimane che non scrivo. Non so se sono stata così poco presente sul blog come in questo periodo, però sono due settimane che non scrivo. In queste due settimane non sono stata bene, e di scrivere non mi andava. Ho passato momenti in cui non smettevo di piangere, serate dal caldo insopportabile e dal mal di stomaco continuo, mattine in cui doveva venire mia madre a raccogliermi dal pavimento del bagno, ad asciguarmi le lacrime e a portarmi al lavoro. No, decisamente non sono stati giorni facili. Il caldo mi taglia le gambe, mi fa venir voglia di morire. Ma abbiamo detto che dobbiamo continuare a vivere, e allora facciamo qualcosa. E in questo fare qualcosa è anche compresa l'assunzione di paroxetina gentilmente prescritta dal mio medico di base. A parte i primi giorni di nausea costante e voglia di suicidarmi, direi che sta iniziando piano piano a fare effetto. Odio prendere medicinali, e così ho cambiato anche analista. Dopo due anni emmezzo con la solita, mi sono resa conto di non essere arrivata neanche lontanamente al nocciolo del problema e non solo di non averlo risolto, ma neppure di averlo capito. Quindi, si è cambiato. Mi dicono che una terapia per sistemare persone con la mia patologia dovrebbe durare pochi mesi...io sono stata in cura quasi tre anni...e in quei tre anni ho avuto momenti in cui sono stata bene...ma da qualche mese bene non sto più. Non so quale sia il punto. Ho solo deciso che vorrei vivere una vita normale. Come tutte le donne della mia età. Non dico di andare a ballare, non mi piace andare a ballare, ma almeno di riuscire a fare le cose base, di andare ad una cena di compleanno, di riuscire ad entrare in un supermercato senza fare le cose di fretta, di poter visitare posti, fare viaggi in macchina, e magari anche in aereo. Partirei dall'Italia...abbiamo luoghi magnifici e io non ho la forza per andarli a vedere. Non va bene. Non è così che deve andare. Voglio una vita decente. E allora ho avuto il primo incontro con la nuova psicologa...mi è piaciuta molto di primo impatto. Mi ha fatto delle domande, mi ha chiesto un sacco di cose, mi ha spiegato a grandi linee la sua terapia. E mi ha chiesto se voglio sapere da dove deriva il problema o se semplicemente voglio star bene. Non so...a questo punto mi va bene anche sistemarmi e basta. che cosa me ne frega da dove deriva tutto? Voglio solo respirare. I momenti bui ci sono per tutti, i momenti di tristezza, di sconforto...per carità, non voglio sempre essere felice e contenta...ma non voglio farmi prendere dal panico sempre, non voglio avere le gambe di marmo e lo stomaco in subbuglio tutte le volte che devo affrontare qualcosa che per le persone normali è routine. Voglio solo stare bene. E intanto aspetto settembre, aspetto l'aria fresca, aspetto di riuscire a dormire. Per il momento mi sono accontentata di un week end sul mio monte, dove ho sfruttato tutte le ore possibili per il riposo. Voglio essere una persona diversa, per me, per chi mi sta vicino, per mia madre che non ha certo bisogno di occuparsi anche di me in questo periodo. Voglio vivere una vita tranquilla. Chiedo troppo?
Gli amori che nascono in estate
sanno di chiaro di luna
e di sabbia tra i capelli.
Hanno il profumo della crema doposole
al tramonto
lasciano i brividi sulla pelle
a mezzanotte.
Gli amori che nascono in estate
hanno il sapore di ananas e cocomero
mangiati all'ombra di un gazebo
e punture di zanzare alle caviglie.
Sanno di finestrini appannati
di utilitarie nei campi di grano
di gambe intrecciate
e schiene dolenti
al mattino.
Gli amori che nascono in estate
hanno i baci che sanno di cloro
salsedine e pelle dorata.
Hanno il rumore di ciabatte infradito
sui ciotoli dei parcheggi poco illuminati.
Hanno il colore dell'alba,
il sonno di due ore
che portano negli occhi arrossati
il giorno seguente.
Gli amori che nascono in estate
non hanno orari,
vivono di un ritmo tutto loro,
hanno un'energia incontenibile.
Suonano di canzoni passeggere,
ballano all'accavallarsi delle onde
in feste sulla spiaggia.
Gli amori che nascono in estate
non hanno tempo,
vivono solo per quella stagione.
Lasciano ricordi,
profumi tra i capelli, sui vestiti,
sapori di lucidalabbra e dopobarba.
Svaniscono pian piano,
col treno di settembre,
dentro a zaini colorati,
tristemente se ne vanno.
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LIBRI SUL COMODINO
"Nostradamus settimo millennio" - L. Sampietro
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"Scrivere nasce dal leggere, e al leggere è grato. Scrivere è una delle poche cose rimaste uniche e nostre, dalla firma al romanzo, dal primo tema al testamento. (...) Possiamo paragonare i libri a pagnotte, manufatti umili e necessari, senza i quali tutto il resto del sapere è contorno o farcitura. I libri si leggono e si rileggono, e ogni volta il sapore è diverso. (...) Non ci accorgiamo subito, ma solo dopo, di quanto è importante la scelta, nè distratta, nè casuale, di scrivere, di far durare le nostre visioni, prima per noi, poi per qualcuno vicino e infine per tanti lontani e invisibili. A volte tutto questo diventa privilegio, abitudine, sopravvivenza. Scrivere non è necessariamente pubblicare"
"Achille piè veloce" Stefano Benni
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I MIEI FILM
Amarcord (F. Fellini)
Pane e tulipani (S. Soldini)
Agata e la tempesta (S. Soldini)
A mia madre piacciono le donne (I. París, D. Fejerman)
Jack frusciante è uscito dal gruppo (E. Negroni)
Pomodori verdi fritti (J. Avnet)
Ti do i miei occhi (I. Bollain)
Io non ho paura (G. Salvatores)
Son de mar (B. Luna)
American history x (T. Kaye)
La vita è bella (R. Benigni)
I ribelli-There goes my baby (F. Mutrux)
L'uomo perfetto (L. Lucini)
Ferro 3 (Kim Ki-duk)
Il pianista (R. Polanski)
Stand by me (R. Reiner)
Ti amerò fino ad ammazzarti (L. Kasdan)
Il favoloso mondo di Amelie (J.P. Jeunet)
Non ci resta che piangere (M. Troisi)
Parenti serpenti (M. Monicelli)
I ponti di Madison County (C. Eastwood)
Romeo e Giulietta (F. Zeffirelli)
Mare dentro (A. Amenábar)
La dolce vita (F. Fellini)
Vacanze romane (W. Wyler)
Nuovo cinema paradiso (G. Tornatore)
Umberto D. (V. De Sica)
E questa sono io
Foto di Kaba